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30 Agosto 2023Le emoji, vale a dire quelle piccole icone che quotidianamente vengono incluse nelle comunicazioni elettroniche, sono da anni considerate un’innocua e divertente modalità di esprimere un pensiero, un’idea o un’emozione, sostituendosi alle parole e facilitando l’interazione fra utenti su svariate piattaforme.
Questi simboletti pittografici, creati per la prima volta ben più di venticinque anni fa dalla multinazionale giapponese SoftBank, non sono tutti uguali. Essi, infatti, possono essere suddivisi in due categorie: le emoji unicode e le emoji proprietari.
Le emoji unicode, definite dall’omonimo sistema di codifica, sono standardizzate e, dunque, riconosciute da tutti i sistemi operativi (iOS, Windows, MacOS, etc.) e piattaforme social (Facebook, Instagram, WhatsApp, etc.). La loro caratteristica essenziale sta nel fatto che tali icone, pur potendo assumere una forma grafica diversa a seconda della piattaforma su cui vengono utilizzate, rimangono sostanzialmente invariate nel loro significato.
Le emoji proprietari, invece, sono create da alcune piattaforme e, di conseguenza, solo su di esse risultano utilizzabili. Qualora, infatti, si provasse ad utilizzare un’emoji di questo tipo al di fuori della piattaforma di riferimento, ne risulterebbe un quadrato vuoto, ossia un simbolo non riconosciuto.
Sebbene quotidianamente tendiamo ad utilizzare con leggerezza queste “faccine”, tanto che oramai costituiscono un vero e proprio codice di comunicazione, non bisogna dimenticare che esse altro non sono che il frutto della creatività umana, progettate ed ideate da “qualcuno” (molto spesso un graphic designer) che punta sulla loro specifica affermazione sul mercato.
Ciò premesso, allora, è lecito – ed anzi doveroso, chiedersi se, alla luce della normativa oggigiorno vigente in materia di IP, sia o meno legittimo utilizzare e sfruttare commercialmente le emoji in modo libero.
La questione risulta essere particolarmente controversa.
Sebbene da una prima impressione le emoji sembrerebbero ricadere nell’ambito di tutela apprestato dalla normativa sul diritto d’autore, trattandosi di vere e proprie rappresentazioni grafiche, secondo alcuni – tra cui Eric Goldman, noto professore di diritto alla Santa Clara University in California, in realtà, esistono ragioni sufficienti ad ostacolare il riconoscimento di una loro tutela.
Più precisamente, si ritiene che, poiché risulta particolarmente complesso individuarne un sufficiente carattere creativo, le emoji non possano essere considerate un’opera d’autore – e ciò a prescindere dalle variazioni che le diverse piattaforme propongono.
Questo risulta evidente specialmente nei casi in cui un’idea può esprimersi soltanto attraverso un numero limitato di modi: numerose emoji, infatti, rimandano a espressioni facciali o a riferimenti culturali comuni, che possono essere espressi unicamente in una determinata maniera.
Secondo l’opinione prevalente poi, le emoji sembrerebbero non poter essere tutelate neppure sotto il profilo brevettuale: le aziende infatti, hanno la possibilità di ottenere brevetti non tanto per le emoji in sé e per sé considerate, quanto piuttosto per le applicazioni basate sulle emoji, cioè quelle che facilitano un uso efficiente delle icone, a condizione che, ovviamente, siano soddisfatti tutti i criteri di brevettabilità.
Da ultimo, si osserva che le icone in questione non possono essere qualificate nemmeno alla stregua di marchi o design ed avvalersi, dunque, della relativa protezione.
Considerata, infatti, la necessaria applicazione dei requisiti stabiliti in via generale per la valida registrazione dei segni volti a contraddistinguere i beni ed i servizi offerti da una determinata impresa, sarà difficile che una qualsivoglia forma di tutela venga accordata alle emoji, tenuto conto che le stesse hanno, perlopiù, limitato carattere distintivo.
Le argomentazioni sopra esposte inducono ad effettuare il seguente bilanciamento: se pure, da un lato, chi idea le emoji trarrebbe sicuramente benefici dall’esistenza di una determinata forma di tutela giuridica sulle stesse, dall’altro, tale rigidità porterebbe ad una non necessaria ed eccessiva proliferazione di icone e, di conseguenza, ad una complicazione (ulteriore) nella comunicazione fra utenti. Infatti, è opinione di molti che le emoji andrebbero trattate al pari del linguaggio comune o, tuttalpiù, come un accessorio di questo; dunque, non si dovrebbe porre alcun problema in materia di IP nei loro riguardi.


