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12 Giugno 2023Quando, qualche settimana fa, un’immagine di Papa Francesco con indosso una giacca imbottita ha invaso il web, la prima reazione è stata quella di chiedersi in che occasione la stessa fosse stata realizzata oppure la ragione di una modifica così repentina nello stile del pontefice. Tuttavia, il vero quesito – nonché il più ovvio – avrebbe dovuto essere riferito alla veridicità dell’immagine, dato che, soltanto poco dopo, è stata svelata la natura di prodotto di Intelligenza Artificiale generativa.
Mai, prima di questo momento, l’attenzione del grande pubblico era stata catalizzata da una questione che, prima, pareva poter essere oggetto soltanto della sceneggiatura di una serie tv. Soltanto gli appassionati ricorderanno, infatti, la trama del sesto episodio dell’ultima stagione del telefilm americano “Madam Secretary”, intitolato proprio “Deepfake”, i cui eventi ruotavano intorno ad una crisi scatenata da un presunto video in cui il Presidente degli Stati Uniti conversava con il proprio coniuge rilasciando dichiarazioni poco lusinghiere nei confronti di un dignitario straniero alleato. Dal 10 novembre 2019, data della messa in onda di tale episodio, non è trascorso – in termini assoluti – un lasso di tempo particolarmente rilevante, ma lo sviluppo tecnologico ha portato i cosiddetti deepfake a poter essere facilmente incontrati nella vita quotidiana di ognuno.
Il Garante Italiano per la Protezione dei Dati Personali identifica i deepfake come “foto, video e audio creati grazie a software di intelligenza artificiale (AI) che, partendo da contenuti reali (immagini e audio), riescono a modificare o ricreare, in modo estremamente realistico, le caratteristiche e i movimenti di un volto o di un corpo e a imitare fedelmente una determinata voce”. Di conseguenza, forse non è soltanto sul tanto acclamato ChatGPT che l’attenzione di esperti, del legislatore, ma anche degli utenti, dovrebbe concentrarsi, quanto, anche e soprattutto, sui generatori di immagini, tra cui i più noti appaiono DALL-E, Midjourney e Stable Diffusion.
Oltre alle campagne di sensibilizzazione degli utenti, tuttavia, occorre mettere in pratica strategie che, sfruttando gli strumenti tecnici a disposizione, consentano di fornire ausilio alle persone fisiche chiamate a distinguere se un contenuto iconografico o audiovisivo posto dinanzi a loro corrisponda al vero o sia semplicemente frutto di quanto avviene nella blackbox costituita dal sistema di Intelligenza Artificiale. A tale scopo, particolarmente interessanti paiono essere le proposte relative all’utilizzo del watermark. Definito come “un insieme di informazioni, visibili o nascoste, poste all’interno di un file in modo che questo sia accessibile, ma contrassegnato in modo permanente, così da evitarne un uso improprio da parte di chi non ha le necessarie autorizzazioni”, costituisce la modalità principale di tutela delle fotografie, in particolare in relazione a quelle rese disponibili sul web. A titolo di esempio può essere citato Getty Images, ampissimo archivio che, per propria prassi, inserisce un watermark all’interno di ciascuna delle proprie immagini. Occorre ricordare che il watermark non corrisponde al copyright, ma si attesta quale strumento di tutela dello stesso, da un lato rendendo edotto chiunque incontri l’immagine che la stessa è oggetto di diritti d’autore da parte del soggetto il cui nominativo appare nell’ambito del watermark e, dall’altro, rende più difficoltoso l’utilizzo, data la posizione spesso al centro dell’immagine stessa.
Ancora più suggestiva – e, potenzialmente, foriera di effetti rilevanti – è l’ipotesi di inserire una specifica tipologia di watermark direttamente nella fase di formazione delle immagini generate dai sistemi di Intelligenza Artificiale, tramite l’uso, in qualità di dataset di allenamento del sistema, esclusivamente di immagini che contengano tale caratteristica. Un tale tipo di approccio è già stato messo in pratica da parte di Stable Diffusion; tuttavia, l’inconveniente, nel caso specifico, riguarda il fatto che, essendo tale sistema open source, chiunque è in grado di rimuovere la parte del codice sorgente che determina tale funzione. Certamente, le tematiche sono intricate ed intriganti, da tenere in considerazione sia in termini di tutela dei soggetti titolari di diritti d’autore sulle immagini facenti parte dei dataset di allenamento dei sistemi, sia con riferimento alle istanze di tutela del grande pubblico, privo delle conoscenze più specifiche e, dunque, facile bersaglio di campagne di disinformazione che, oltre ad utilizzare testi – come è stato dimostrato essere accaduto nell’ambito della campagna presidenziale statunitense del 2016 – si servano, altresì, di immagini al fine di raggiungere scopi contrari allo stato di diritto.


