
Uso dei nomi geografici nei marchi: tutela e problematiche – 27 ottobre 2022
10 Ottobre 2022
Doppio appuntamento per il mese di ottobre: non perdere gli appuntamenti!
14 Ottobre 2022Entro quali limiti un’opera può essere trasformata per evitare una violazione di diritto d’autore? È del marzo 2022 la notizia che sarà la Corte Suprema statunitense ad occuparsi del caso che, in tempi recenti, ha attirato l’attenzione dei media su un interrogativo prima frequentemente lasciato alle discussioni fra gli esperti del settore e che, di certo, influenzerà le decisioni dei tribunali di merito su questioni che presentano caratteristiche simili.
Nel 2017, la Andy Warhol Foundation ha proposto un’azione legale nei confronti della fotografa Lynn Goldsmith, la quale, nel 1981 aveva scattato, su commissione della rivista “Newsweek”, alcune fotografie ritraenti un cantante emergente, il quale sarebbe diventato, nel tempo, l’icona Prince. Tali immagini non furono mai pubblicate ma, tre anni dopo Warhol, su incarico di “Vanity Fair”, ha ricreato uno degli scatti secondo i canoni della Pop Art. Quando, a seguito della morte del cantante, nel 2016 Vanity Fair ha pubblicato l’opera di Warhol in un’edizione tributo della rivista, Goldsmith ha dichiarato che ciò avrebbe costituito violazione dei propri diritti d’autore sulla fotografia in bianco e nero scattata più di trent’anni prima. Al fine di evitare di essere convenuta in giudizio, la Fondazione ha, dunque, proposto un’azione declaratoria al fine di veder accertata l’infondatezza della presunta violazione, ottenendo in primo grado un esito favorevole: il giudice, infatti, ha affermato che l’opera di Warhol avrebbe apportato modifiche rilevanti rispetto all’opera originaria, costituendone, dunque, un uso tale da non ledere i diritti d’autore di Goldsmith sulla stessa. Tuttavia, la fotografa ha proposto ricorso in appello, ottenendo una decisione di indirizzo inverso alla precedente e, dunque, in proprio favore, secondo cui le sedici immagini incluse nella serie di opere di Warhol dedicate a Prince avrebbero mantenuto gli elementi essenziali dell’opera originaria, senza aggiungerne o significativamente alterare quelli già presenti, mentre, al fine di essere qualificata come “trasformativa” un’opera deve essere fondamentalmente differente ed avere un carattere ed uno scopo artistico nuovo.
Una volta giunta la decisione della Corte Suprema, la quale, nel sistema statunitense basato sulla Common Law, avrà valore di precedente vincolante, a meno che non sia dimostrata in giudizio la presenza di elementi atti a distinguere il caso di specie da quello oggetto del precedente stesso, potrà fornire una linea di azione con riferimento a numerose contestazioni emerse in anni recenti, fra cui quella che vede fronteggiarsi Kat Von D, pseudonimo di Katherine von Drachemberg, tatuatrice, modella e personaggio televisivo, e il fotografo Jeffrey B. Sedlik.
Nel 2017, la protagonista del reality show “LA Ink” ha riprodotto sul braccio di un cliente l’immagine del trombettista jazz Miles Davis, oggetto di una fotografia scattata da Sedlik.

Quest’ultimo ha proposto azione legale di fronte ad una Corte californiana lamentando la violazione dei propri diritti d’autore sull’immagine, a causa della sua riproduzione sotto forma di tatuaggio nonché in numerosi post sui social media. La replica della convenuta, invece, si basava sull’argomentazione secondo la quale la fotografia costituiva esclusivamente immagine di riferimento e, dunque, il suo uso era qualificato come “corretto” secondo la dottrina relativa alle immagini soggette a copyright.
In primis, occorre ricordare che l’ampiezza della tutela dei diritti d’autore su una fotografia è stata oggetto, tra le altre, della sentenza nel caso Rentmeester v. Nike, con la quale i giudici hanno stabilito come i vari elementi che compongono tale opera non possano essere distinti fra elementi protetti e non protetti dal copyright. Dunque, soltanto una fotografia risultante da una selezione ed un accostamento sufficientemente originali di tali elementi potrà essere oggetto di tutela, mentre, ai fini di stabilire la violazione dei diritti d’autore sulla stessa, sarà necessario che l’opera sulla base della quale tale violazione è stata perpetrata sia sostanzialmente simile proprio con riferimento a tale combinazione. A tal proposito, si ritiene che un tatuaggio non creerebbe un significato intrinsecamente diverso soltanto perché progettato e realizzato su un corpo umano.
Con riferimento ai tatuaggi, inoltre, entra nell’esame la presenza dell’elemento della “fixation” richiesto ai fini di una valida tutela dalla legge sul diritto d’autore statunitense, ossia il cosiddetto “Copyright Act”. Secondo tale previsione, infatti, affinché un’opera sia tutelata dal diritto d’autore, essa deve essere fissata su di in un mezzo di espressione tangibile che ne renda possibile la percezione, la riproduzione o la comunicazione. Nel caso in cui, invece, un’opera, seppur originale, sia traslata sul corpo umano, tale requisito sembra non essere presente, con la conseguenza che, dunque, la stessa non potrebbe costituire oggetto di tutela. Sulla scia della ratio espressa dalla decisione nel caso Kelley v. Chicago Park District, si ritiene che i processi naturali affrontati dal corpo umano nel corso della vita influenzerebbero i tatuaggi e, dunque, le opere stesse. Pertanto, essendo ritenuto troppo instabile il mezzo su cui l’opera viene riprodotta, l’individuazione di un esatto momento di fissazione risulterebbe oltremodo complesso.
Rigettate, per i motivi di cui sopra, le argomentazioni della convenuta secondo le quali il tatuaggio avrebbe costituito un’opera originale, spetta ora ad una giuria stabilire se l’uso della fotografia di Sedlik rientri in quello “corretto” secondo l’omonima dottrina diffusa nel mondo anglosassone. Essa consente l’utilizzo di materiale protetto da diritto d’autore a titolo gratuito e senza necessità di alcun consenso da parte dell’autore stesso, sulla base di alcuni presupposti che devono essere oggetto di valutazione: lo scopo e le caratteristiche dell’uso, la natura dell’opera tutelata dai diritti d’autore, l’ampiezza della porzione utilizzata, l’effetto sul mercato potenziale o sul valore dell’opera tutelata. Secondo la memoria difensiva, a sostegno del fatto che l’utilizzo della fotografia di Sedlik risulterebbe “corretto” nella maniera evidenziata poco sopra, deporrebbero il fatto che lo stesso sia stato effettuato senza alcun compenso in denaro, dunque, senza scopo di trarne profitto commerciale; la memoria attorea, tuttavia, replica a tale premessa sottolineando il beneficio ottenuto dell’esposizione mediatica tramite canali social, dove l’immagine è stata pubblicata sia dal richiedente sia dalla tatuatrice.
I risvolti futuri della vicenda, dunque, saranno strettamente intrecciati a quelli della decisione della Corte Suprema nella disputa Warhol v. Goldsmith. Proprio in ragione dello scenario complesso sul quale entrambe le dispute si svolgono, alla giuria spetterà una decisione particolarmente delicata. Nel caso in cui, infatti, l’uso di opere tutelate dal diritto d’autore dovesse essere considerato non “corretto” nella prospettiva della dottrina di cui sopra, gli artisti attivi nell’ambito dell’industria dei tatuaggi vedrebbero, di fatto, posto un limite alla propria creatività.


